Ancora dubbi sulla rideterminazione dei valori di acquisto delle partecipazioni

Paolo Iaccarino
di Paolo Iaccarino

Ancora una volta, con l’ultima Legge di Bilancio, i termini per la rideterminazione dei valori di acquisto delle partecipazioni sono stati riaperti. Dopo oltre vent’anni dalla sua prima introduzione, con l’articolo 5 della Legge n.488 del 2001, sono tuttavia ancora numerosi i dubbi rispetto alla sua efficacia per la riorganizzazione societaria.

Reintrodotta per le partecipazioni possedute dai contribuenti all’inizio del 2023 e da realizzarsi entro il prossimo 15 novembre, la rivalutazione, consente la nuova determinazione del costo fiscalmente riconosciuto valevole ai fini della determinazione delle plusvalenze e minusvalenze conseguenti alle cessioni titolo oneroso.

In questa nuova versione, diversamente da quanto accadeva in passato, la possibilità si apre anche alle partecipazioni negoziate in mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di negoziazione.

La misura è nata per favorire l’alienazione delle quote di partecipazione con modalità meno costose. Dopo diverso tempo, però, risulta ancora poco chiaro se tale cessione sia da intendersi in senso assoluto o relativo, ove risulta decisivo il soggetto a favore del quale avviene la cessione stessa, dovendosi escludere l’efficacia della rivalutazione se preordinata alla realizzazione delle operazioni all’esito delle quali gli assetti partecipativi restano uguali o variati in maniera non significativa.

Secondo un’interpretazione letterale, che coincide con l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate, facendo leva sulla ratio dell’agevolazione, in assenza di sostanza economica e qualora l’operazione di riveli essenzialmente finalizzata al conseguimento di un vantaggio fiscale, le rivalutazioni preordinate alla realizzazione di operazioni di riorganizzazione cosiddette “circolari” devono considerarsi abusive.
Con il Principio di diritto n. 20 del 23 luglio 2019, l’Amministrazione finanziaria ha dichiarato la natura abusiva della rivalutazione preordinata alla cessione della partecipazione della società “target” a favore di una società veicolo, con compagine sociale parzialmente coincidente con la società “target” e il mantenimento all’interno del veicolo di particolari poteri da parte del socio cedente. Medesimi principi espressi nella Risposta n. 341 del 2019, con la quale l’Amministrazione finanziaria contesta la rivalutazione delle quote della società “target” finalizzata alla cessione a favore della società “newco”, partecipata dai medesimi soci cedenti, e preordinata alla successiva fusione inversa della seconda nella prima. Sempre sullo stesso solco si muove poi la Risposta n. 242 del 2020, in cui si pone sempre al centro delle contestazioni la cessione a sé stesso di quote oggetto di rivalutazione.

Resta ancora tuttavia da comprendere se, in tutti i casi in cui non sia applicabile l’articolo 177, comma 2, del TUIR, la rivalutazione di quote societarie preordinata al conferimento delle stesse in una holding di partecipazione costituisca o meno, alla stregua dei prospettati casi di leverage cash out, un’operazione in abuso del diritto, nonostante la giurisprudenza di legittimità, con la sentenza della Cassazione 25131 del 2021 e la 7359 del 2020, abbia contestato questo automatismo in favore al contribuente, rilevando piuttosto la necessità di indagare le ragioni extrafiscali che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa dei benefici fiscali, come l’esigenza di dirimere un conflitto societario o realizzare il passaggio generazionale, valorizzando in questo modo la libera scelta fra operazioni che comportano un differente carico fiscale.
Pensando, per esempio, al caso del conferimento di una quota di minoranza della società “target”, precedentemente rivalutata, che non consenta alla società conferitaria di acquisire o ovvero incrementare il controllo, fattispecie in cui l’operazione assume natura realizzativa secondo il valore normale delle quote conferite. Se rimane infatti certo il vantaggio fiscale ottenuto con la rivalutazione della quota di partecipazione, applicando la più favorevole imposta sostitutiva in luogo dell’imposizione ordinaria, la cui plusvalenza è determinata sul valore normale, dall’altro sono numerose e concrete le ragioni che possono giustificare una tale operazione di riorganizzazione aziendale.

A differenza dei casi di leverage cash out, inoltre, a seguito del conferimento, il contribuente non monetizza alcunché, ma vede semplicemente sostituirsi le quote societarie di propria spettanza. Rimane quindi necessario, in un caso come questo, valorizzare il principio del legittimo risparmio d’imposta. Una soluzione già presente nell’ordinamento tributario, considerando che nello Statuto del Contribuente resta ferma la libertà di scelta tra regimi opzionali diversi e operazioni comportanti un diverso carico fiscale, come regolato dall’articolo 10-bis, comma 4.

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