Da regime naturale a forfettario: nessun abuso per chi entra ed esce ad anni alterni

Antonio Gigliotti
di Antonio Gigliotti

La strategia di entrare e uscire ad anni alterni dal regime forfettario, nonostante con la Legge di Bilancio 2023 sia stata limitata dalla nuova previsione di uscita istantanea dal regime in caso di superamento del limite di 100.000 euro, rimane diffusa e in alcuni casi conveniente. Questo proprio in virtù della notevole differenza di tassazione per i contribuenti tra regime ordinario e agevolato. La pratica, tuttavia, potrebbe prestarsi a contestazioni da parte dell’autorità fiscale.

Entrare e uscire, ad anni alterni, dal regime naturale potrebbe infatti comportare una notevole riduzione dei propri debiti d’imposta per alcuni professionisti, specialmente per quanti registrano proventi ridotti.

Nel regime forfettario, infatti, l’imposta sostitutiva applicabile non può comunque superare l’aliquota del 15% (5% per i primi cinque periodi d’imposta in cui viene svolta l’attività), applicandosi peraltro ad un imponibile forfettariamente ridotto sulla base dei coefficienti previsti dall’allegato 4 alla Legge 190/2014 che ha istituito il regime (con “percentuali di redditività” che vanno dal’86% per le costruzioni e attività immobiliari, passando al 78% per le attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione e relative ai servizi finanziari e assicurativi, e terminando con il 40% delle industrie alimentari e delle bevande, del commercio all’ingrosso/al dettaglio e a quello ambulante di prodotti alimentari e bevande). Per i contribuenti in regime naturale, con assoggettamento a IRPEF, gli scaglioni reddituali, dall’inizio del 2022, vanno invece

  • dal 23% per i redditi superiori a 15.000, e
  • fino al 43% se l’imponibile va oltre i 50.000 euro, relativamente alle aliquote minima e massima.

Rimane comunque rilevante che, quanto detto sulla successione tra regimi impositivi vale specificamente con riguardo alle annualità fiscali ulteriori ai primi 5 anni, dato che nel c.d. “periodo start-up” l’aliquota del 5% va opportunamente mantenuta per tutti i periodi possibili, senza invece perderne anche solamente uno in ipotesi di uscita dal regime forfettario.

Si pensi dunque, per esempio, a un lavoratore autonomo per il quale operi il noto criterio di tassazione per cassa e che opta per una modulazione degli incassi che gli permetta di essere, in un determinato periodo d’imposta, assoggettato al regime forfettario, per poi rientrare l’anno successivo tra i soggetti in regime semplificato, e cioè tra coloro che devono versare l’IRPEF, limitando al massimo l’importo percepito e potendo così risultare debitore della più ridotta imposta sostitutiva per il maggior importo di reddito nel primo esercizio, versando poi successivamente l’IRPEF sulle limitate somme incassate.

Si tratta, in questo caso, di una vera e propria pianificazione fiscale, la cui efficacia risulta però inevitabilmente ridotta, in caso di superamento della soglia di 100.000 euro prevista per l’uscita istantanea dal regime.

Un comportamento che potrebbe però portare a delle contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, proprio in virtù di un indubbio vantaggio fiscale. Va però ricordato che l’Amministrazione finanziaria non può contestare nel merito la condotta del contribuente, specialmente quando si rimanga nel perimetro della legalità: limitandosi cioè a incassare i propri compensi in maniera precisamente scadenzata e senza commettere, di fatto, alcun illecito.
Non verificandosi comunque alcuna evasione, le Entrate potrebbero però optare per il rilievo sull’abusività del comportamento del contribuente, ex art. 10-bis dello Statuto dei diritti del contribuente. Per poter dar luogo a una fattispecie elusiva, la condotta del contribuente deve risultare contrastante con la ratio della norma/istituto giuridico di volta in volta utilizzato. Mentre non è sufficiente, in generale, il solo verificarsi di un vantaggio fiscale, il quale potrebbe infatti essere legittimo sulla base di quanto prescritto dal comma 4 del richiamato art. 10-bis.

Provando infatti a ritenere effettivo il verificarsi di un illecito, si avrebbe come logica conseguenza che vi sia un obbligo per il contribuente di incassare i propri compensi secondo tempistiche determinate. In termini specificamente normativi vi è invece solamente il precetto legislativo di cui all’art. 21, comma 4 del D.P.R. 633/1972 sulla “Fatturazione delle operazioni”, secondo cui la fattura deve essere emessa entro 12 giorni dall’effettuazione dell’operazione, determinata ai sensi dell’art. 6 dello stesso Decreto.

In conclusione, insomma, a partire dall’incasso del compenso sarà necessario emettere, entro i richiamati 12 giorni, la relativa fattura, ma senza l’obbligo di ricevere il pagamento in un determinato intervallo di tempo, a mero titolo esemplificativo, a partire dalla concreta esecuzione della prestazione professionale.

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