I FINANZIAMENTI DEI SOCI ALLA SOCIETA’

Giovanni Riccio
di Giovanni Riccio


Le disposizioni codicistiche e l’inquadramento negoziale

Il finanziamento dei soci in favore della società è disciplinato in riferimento alle società a responsabilità limitata dall’articolo 2467 del codice civile, a mente del quale

“Il rimborso dei finanziamenti dei soci a favore della società è postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori e, se avvenuto nell’anno precedente la dichiarazione di fallimento della società, deve essere restituito.

Ai fini del precedente comma s’intendono finanziamenti dei soci a favore della società quelli, in qualsiasi forma effettuati, che sono stati concessi in un momento in cui, anche in considerazione del tipo di attività esercitata dalla società, risulta un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto oppure in una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento”.

L’articolo 2497-quinquies c.c. richiama la disposizione di cui al 2467 c.c. per i finanziamenti effettuati in favore della società da chi esercita l’attività di direzione e coordinamento nei suoi confronti o da altri soggetti ad essa sottoposti.

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D. Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14), inoltre, all’articolo 164, comma 2, prescrive che “sono privi di effetto rispetto ai creditori i rimborsi dei finanziamenti dei soci a favore della società se sono stati eseguiti dal debitore dopo il deposito della domanda cui è seguita l’apertura della procedura concorsuale o nell’anno anteriore. Si applica l’articolo 2467, secondo comma, codice civile”.

Il comma successivo sancisce che la precedente disposizione “si applica anche al rimborso dei finanziamenti effettuati a favore della società assoggettata alla liquidazione giudiziale da chi esercita attività di direzione e coordinamento nei suoi confronti o da altri soggetti ad essa sottoposti”.

L’obiettivo di tali finanziamenti è quello di dotare le società, sovente rappresentate da società di capitali sottocapitalizzate a ristretta base partecipativa e/o a carattere familiare, delle risorse necessarie allo svolgimento della loro attività, prescindendo dalla configurazione di apporti patrimoniali di qualsiasi tipo.

Il Legislatore non ha fornito una definizione della fattispecie in esame, si è occupato esclusivamente di precisare che in alcuni casi il rimborso del finanziamento dei soci è postergato rispetto al pagamento in favore degli altri creditori sociali. Ciò avviene nel caso in cui i finanziamenti siano erogati alla società in una situazione in cui “risulta un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto oppure in una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento”.

Sono compresi nel perimetro dell’articolo 2467 c.c. i finanziamenti effettuati da soggetti che rivestono lo status di socio al momento della sua erogazione. Risultano, quindi, esclusi quelli erogati da chi assume tale qualifica in epoca successiva. Analogamente, è irrilevante la perdita di tale status successivamente all’erogazione[1].

Prima di esaminare le questioni connesse alla postergazione, è opportuno rappresentare l’inquadramento negoziale dell’operazione.

Lo schema contrattuale al quale si riconduce il finanziamento del socio in favore della società è tipicamente quello del mutuo. L’operazione si presume fruttifera di interessi, tuttavia può esservi la previsione dell’infruttuosità del finanziamento, in tali circostanze si parla di mutui a tasso zero[2].

Si tratta di una presunzione relativa che può essere superata dalla documentazione a supporto dell’operazione, nonché dalla descrizione che emerge dalle scritture contabili e da quanto riportato nel bilancio.

L’operazione si sostanzia in una dazione di denaro di uno, alcuni, ovvero tutti i soci in favore della società, che non necessariamente deve avvenire in proporzione alle quote di partecipazione al capitale sociale.

Non essendo apporti di natura patrimoniale, il socio mutuante ha diritto alla restituzione nel termine pattiziamente stabilito con la società mutuataria (fatte salve le ipotesi di postergazione individuate dal codice).

Nell’ipotesi in cui non sia stato fissato un termine per la restituzione, ciò deve avvenire a seguito della richiesta del socio in tal senso formulata; potendosi applicare anche la disposizione dell’articolo 1817 c.c.

I finanziamenti dei soci, considerato che non rappresentano capitale di rischio per il versante, devono essere distinti dagli apporti ulteriori di patrimonio cd. fuori capitale, quali quelli puntualmente individuati dall’OIC 28:

  • versamenti in conto aumento di capitale;
  • versamenti in conto futuro aumento di capitale;
  • versamenti in conto capitale;
  • versamenti a copertura perdite.

È opportuno precisare che il socio non è assolutamente obbligato ad effettuare tali finanziamenti, nemmeno in caso di delibera assembleare in tal senso[3].

Un recente arresto giurisprudenziale di merito ha stabilito che l’impegno dei soci a versare dei finanziamenti costituisce una mera promessa di mutuo ai sensi dell’articolo 1822 c.c., pertanto, secondo la prevalente giurisprudenza, non è esperibile l’azione di esecuzione forzata ex articolo 2932 c.c. e non costituisce un titolo per il promissario mutuatario (la società) per richiedere la condanna del promittente (il socio) al versamento della somma promessa[4].

Al fine della corretta qualificazione del versamento effettuato dal socio quale finanziamento è determinante la documentazione a supporto dell’accordo negoziale tra le part.

Detto accordo può manifestarsi in diverse forme, a ciascuna delle quali, come vedremo in una prossima pubblicazione, consegue un diverso trattamento ai fini dell’imposta di registro:

  • a mezzo intese verbali;
  • tramite scrittura privata;
  • mediante scambio di corrispondenza;
  • un verbale assembleare.

Nel caso in cui sorgano contestazioni circa la reale natura della dazione erogata dal socio alla società, la questione è devoluta al giudice di merito. In proposito va precisato che la rappresentazione contabile non è considerata di per sé idonea a determinare la natura finanziaria del rapporto in esame[5].

La Cassazione è stata sovente investita della questione che generalmente sorge nell’ipotesi in cui il socio agisca per la restituzione di una somma che ritiene abbia erogato a titolo di prestito e la società chiamata in giudizio, invece, sostiene la natura patrimoniale dell’erogazione contestata[6].

Con l’ordinanza n. 4261 del 19 febbraio 2020, la Suprema Corte ha precisato che “per stabilire, poi, se un determinato versamento tragga origine da un mutuo o se invece sia stato effettuato quale apporto del socio al patrimonio della società o, meglio, se il versamento del socio alla società possa ritenersi effettuato per un titolo che ne giustifichi la restituzione al di fuori dell’ipotesi di liquidazione, occorre accertare quale sia stata la reale intenzione dei soggetti tra i quali il rapporto si è instaurato, verificando, secondo le regole interpretative della volontà negoziale, se tra socio e società sia intercorso un rapporto di finanziamento inquadrabile nello schema del mutuo o se sia intervenuto un contratto atipico di conferimento di capitale diretto unicamente ad incrementare il patrimonio sociale”.

Con il citato arresto giurisprudenziale i Giudici di legittimità hanno precisato che le annotazioni sul libro giornale non sono di per sé sufficienti alla qualificazione della dazione del socio quale finanziamento e che, a tal fine, vanno indagati anche ulteriori elementi di valutazione.

La delibera del C.I.C.R.

Prima di proseguire con la disamina dell’argomento in rassegna appare necessario precisare che per le società la raccolta di finanziamenti dai propri soci non è libera.

È necessario il rispetto di precise regole affinché la ricezione di tali risorse non configuri in capo alla società mutuataria l’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico che, ex articolo 11, comma 2 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) è riservata alle banche.

Affinché le società possano ottenere i finanziamenti dai propri soci è necessario che rispettino quanto sancito dalla delibera C.I.C.R 19 luglio 2005, n. 1058, emanata in attuazione dell’articolo 11 del T.U.B.

In particolare, l’articolo 6 della citata disposizione del Comitato reca i requisiti per la raccolta di risparmio presso i soci:

  • la previsione statutaria di tale possibilità;
  • il socio finanziatore deve avere una partecipazione al capitale sociale come risulta dall’ultimo bilancio approvato almeno pari al 2% (condizione non richiesta per le società di persone);
  • iscrizione nel libro soci da almeno tre mesi (condizione non richiesta per le società di persone).

A proposito di tale ultima condizione è stato giustamente osservato che si tratterebbe di una enorme penalizzazione per le società neocostituite, le quali maggiormente avrebbero bisogno delle risorse finanziarie dei soci, stante, sovente, la difficolta delle newco ad approcciarsi al credito bancario nella fase di avvio dell’attività.

È emersa, quindi, una interpretazione di ragionevolezza del requisito. Il requisito della partecipazione almeno da tre mesi, infatti, si ritiene, infatti, applicabile solo al caso di ingresso di nuovi soci.

L’articolo 8 della citata delibera reca una indicazione per i gruppi di società secondo la quale le società possono raccogliere risparmio, con modalità diverse dall’emissione di strumenti finanziari, presso società controllanti, controllate o collegate ex art 2359 c.c. e presso società consorelle.

La dottrina assolutamente prevalente ha sottolineato come, anche qualora dovessero mancare uno o più dei tre requisiti sopra evidenziati, difficilmente il finanziamento soci può essere qualificabile in termini di illecita raccolta del risparmio tra il pubblico nel caso in cui, ad esempio, si tratti di una società a ristretta base azionaria, ovvero qualora la società ottenga il finanziamento sulla base di trattative personalizzate e occasionali con singoli soci, non caratterizzate dal requisito della ripetitività, periodicità e standardizzazione[7].

La postergazione

La finalità della postergazione contenuta nella norma di riferimento è illustrata dalla Suprema Corte. Con essa il Legislatore ha voluto perseguire l’intento “di contrastare la non infrequente sottocapitalizzazione delle società, quale tecnica di traslazione sui creditori e sui terzi del rischio da continuazione dell’attività in regime di crisi, con eventuale profitto dei soci ed aggravamento del dissesto a scapito dei creditori: fenomeno determinato dalla convenienza dei soci a ridurre l’esposizione al rischio d’impresa, apportando nuove risorse a disposizione dell’ente collettivo nella forma del finanziamento, anziché in quella appropriata del conferimento”[8].

Invero, l’impianto normativo codicistico prevede disposizioni che fissano una soglia minima del capitale sociale e la sua integrità, a prescindere dalla dimensione economica della società, pertanto, lo stesso può rivelarsi in concreto esiguo rispetto al reale rischio di impresa; quindi, sotto dimensionato rispetto alle reali esigenze di tutela dei creditori esterni[9].

La norma di riferimento individua due condizioni alternative per configurare il presupposto della postergazione:

  1. l’eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto;
  2. la sussistenza di una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento.

Nell’ipotesi in cui non ricorra la situazione descritta dall’articolo 2467, il finanziamento del socio esula dal perimetro di tale articolo, non essendo, quindi, soggetto alla postergazione[10].

L’indagine circa il verificarsi di queste due ‘clausole generali’ non è affatto agevole, anzi.

Preliminarmente, va precisato che secondo il dettato normativo la valutazione va condotta tenendo conto del tipo di attività esercitato dalla società.

Il primo presupposto (l’eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto) è individuabile nell’indice di bilancio rappresentato dal rapporto di indebitamento (totale fonti di finanziamento / mezzi propri) [11]. La norma, tuttavia, non reca una quantificazione dell’indice da utilizzare per valutare la sussistenza dei presupposti della postergazione.

La dottrina[12] a tal fine ritiene di fare riferimento a due previsioni del codice civile.

Si tratta dell’articolo 2412 c.c. che fissa i limiti all’emissione di obbligazioni delle società per azioni, a mente del quale la società può emettere obbligazioni per una somma complessivamente non eccedente il doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato. La conseguenza, avendo riguardo all’articolo 2467 c.c., è che se dalla situazione patrimoniale emerge che l’indebitamento supera il doppio del patrimonio netto, si configura un’ipotesi di squilibrio.

L’altro parametro è individuabile nel disposto dell’articolo 2545-quinquies c.c. dettato in tema di diritto agli utili e alle riserve dei soci cooperatori. La norma afferma che possono essere distribuiti dividendi, acquistate proprie quote o azioni, ovvero assegnate ai soci le riserve divisibili se il rapporto tra il patrimonio netto e il complessivo indebitamento della società è superiore ad un quarto. Ne consegue che, salva la necessità di procedere comunque ad una valutazione caso per caso, la situazione di notevole “squilibrio” di cui all’articolo 2467 c.c. ricorrerebbe, almeno in linea di principio, in presenza di un indebitamento della società pari o superiore al quadruplo del patrimonio netto.

Secondo le indicazioni di Borsa Italiana, tale indice rappresenta la garanzia offerta dai mezzi propri in caso di liquidazione. Esso rappresenta un segnale positivo quando assume valori bassi, e ancor di più quando non è possibile calcolarlo, in quanto la posizione finanziaria netta è positiva[13].

Si possono riconoscere dei valori standard che misurano il livello di pericolo per un’azienda e sono:

  • risultato < 0,50 l’azienda si trova in una situazione positiva;
  • 0,50 < risultato < 1 situazione da tenere sotto controllo;
  • risultato > 1 situazione molto negative.

La seconda clausola generale (la ragionevolezza del finanziamento in luogo del conferimento) è orientata al confronto con una situazione standard, meglio ancora una best practice, in base alla quale, in luogo dell’erogazione di un finanziamento, sarebbe stato ragionevole un conferimento.

A tal fine è stato osservato[14] che eventuali caratteristiche del prestito anomale rispetto alle normali condizioni di mercato depongono in senso sfavorevole. Si pensi, ad esempio, alla durata insolitamente lunga, all’assenza (o all’esiguità) della remunerazione, nonché all’assenza di forme di garanzia.

Viceversa, depongono a favore della ragionevolezza anche di un finanziamento, l’esistenza di garanzie, l’esistenza di linee di credito non utilizzate dalla società, la contemporanea e coordinata presenza di prestiti anche da parte di terzi non soci.

Di particolare delicatezza e rilevanza è il momento di verifica dei presupposti per la postergazione.

Dal dettato normativo non appare chiaro se la sussistenza delle condizioni previste vada verificata all’epoca della concessione del finanziamento, ovvero in occasione della restituzione dello stesso.

Un orientamento minoritario della giurisprudenza di merito ritiene che tale indagine vada condotta esclusivamente al momento dell’erogazione del finanziamento. Ne consegue che, qualora in tale istante non sussistevano le condizioni richieste dall’articolo 2467 c.c., l’organo amministrativo non potrà esimersi dalla restituzione anche se la situazione finanziaria della società dovesse essere peggiorata[15].

La prevalente interpretazione giurisprudenziale di merito, suffragata da quella di legittimità, invece, ritiene che la presenza dei presupposti della postergazione vada verificata sia al momento della concessione del finanziamento, che al momento della richiesta di rimborso[16].

La Suprema Corte ha sentenziato che “quando, invero, sia stato superato lo squilibrio patrimoniale (…) il credito del socio ritorna ordinariamente esigibile, sebbene non fossero stati a quel momento adempiuti tutti gli altri debiti sociali: potendosi allora ritenere realizzata una situazione di soddisfazione, sia pure astratta, dei creditori esterni e dunque esistente uno status di regolare esigibilità”[17].

Il riscontro dei presupposti è rimesso agli amministratori, che, ex art. 2086, comma 2 c.c., hanno tra i principali compiti proprio quello di predisporre un assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società idoneo a rilevare la situazione di crisi, nonché quello di adottare tempestivamente uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il suo superamento. L’organo amministrativo, pertanto, risponde dei danni causati dal rimborso improprio dei finanziamenti soci. Se previsto, ne risponde anche il collegio sindacale.

L’applicabilità della postergazione alle società per azioni

La questione dell’applicabilità o meno dell’articolo 2467 c.c., che è rubricato nella sezione dedicata alle società a responsabilità limitata, anche alle società per azioni, è oggetto di tre diversi orientamenti dottrinari.

Uno, minoritario, ritiene che si tratti di una norma di natura speciale destinata ad esplicare la propria efficacia solo per le srl e, stante la sua particolarità, non suscettibile di estensione alle spa[18].

Un secondo filone interpretativo ritiene che l’articolo in esame detti un principio di carattere generale finalizzato anche a contrastare la cronica sottocapitalizzazione delle pmi italiane, con conseguente applicazione tout court anche alle società per azioni[19].

Altra parte della dottrina ritiene che la disposizione prevista per le srl possa applicarsi per interpretazione analogica alle spa nei casi in cui queste ultime siano assimilabili alle prime stante l’esistenza di una ristretta compagine azionaria ed il coinvolgimento diretto dei soci nella gestione dell’impresa, situazione in cui, in buona sostanza, gli azionisti non appaiono quali meri investitori. Questa ultima posizione è quella prevalente tra la giurisprudenza di merito.

L’orientamento della Suprema Corte va consolidandosi nella stessa direzione. La Cassazione, infatti, ha stabilito che “l’interpretazione estensiva (o anche analogica) della disposizione postuli la verifica di somiglianza della condizione concreta afferente. Tale condizione, che certo può esser dedotta su base presuntiva in ragione delle ridotte dimensioni della società, si sostanzia in ultima analisi nell’essere i soci finanziatori della s.p.a. in posizione concreta simile a quelle dei soci finanziatori della s.r.l. L’identità di posizione può pacificamente affermarsi tutte le volte che l’organizzazione della società finanziata consenta al socio di ottenere informazioni paragonabili a quelle di cui potrebbe disporre il socio di una s.r.l. ai sensi dell’art. 2476 cod. civ.; e dunque di informazioni idonee a far apprezzare l’esistenza (art. 2467, secondo comma) dell’eccessivo squilibrio dell’indebitamento della società rispetto al patrimonio netto ovvero la situazione finanziaria tale da rendere ragionevole il ricorso al conferimento, in ragione delle quali è posta, per i finanziamenti dei soci, la regola di postergazione. In questa prospettiva la condizione del socio che sia anche amministratore della società finanziata può essere considerata alla stregua di elemento fondante una presunzione assoluta di conoscenza della situazione finanziaria”[20].

La deroga alla postergazione prevista dall’articolo 8 del D.L. 8 aprile 2020 n. 23

L’articolo 8 del D.L. 23/2020 (cd. decreto liquidità), emanato dal Legislatore nell’ampio perimetro della legislazione emergenziale per fronteggiare i negativi effetti per le imprese conseguenti alla deflagrazione della pandemia da Covid-19, sancisce che “ai finanziamenti effettuati a favore delle società dal [9 aprile 2020][21] e sino alla data del 31 dicembre 2020 non si applicano gli articoli 2467 e 2497 quinquies del codice civile”.

Preliminarmente va precisato che la norma non pone alcun requisito di causalità tra il finanziamento ed i negativi effetti conseguenti alla pandemia, pertanto “la sospensione della regola della postergazione opera per tutti i prestiti effettuati nel periodo di riferimento, a prescindere da ogni accertamento sulla sussistenza di una effettiva situazione di squilibrio e a prescindere dal fatto che tale condizione sia conseguenza della pandemia e il finanziamento sia stato attuato al fine di porvi rimedio”[22].

Ne consegue che nella finestra temporale introdotta dalla norma citata (dal 9 aprile al 31 dicembre 2020), i finanziamenti effettuati dai soci alla società, non sono soggetti al regime della postergazione a prescindere dalla sussistenza delle condizioni ordinariamente previste dall’articolo 2467 c.c.

L’intenzione della norma è stata quella di non disincentivare, anzi di favorire, i finanziamenti dei soci in un periodo verosimilmente delicato della vita delle società.

Una questione che si pone è cosa intendere per finanziamenti effettuati nel periodo di deroga alla postergazione. Vale a dire se debba intendersi per effettuazione il momento in cui si perfeziona l’accordo, ovvero l’effettiva erogazione del finanziamento[23].

L’interpretazione più ragionevole non può che essere quella di intendere rilevante la fase dell’erogazione del finanziamento.

Rispetto al momento della restituzione dei finanziamenti erogati nel periodo di moratoria della postergazione, il dato letterale dell’articolo 8 del decreto liquidità non dà adito a dubbi interpretativi. La restituzione in deroga all’articolo 2467 può avvenire anche successivamente al 31 dicembre 2020. In tale circostanza la sussistenza di una situazione di squilibrio in occasione della restituzione non assume rilevanza ai fini della postergazione[24]

La rinuncia ai finanziamenti

Giuridicamente la rinuncia è riconducibile all’istituto della remissione del debito di cui all’articolo 1236 c.c. E’, pertanto, un atto

  • unilaterale, in forza del quale il creditore (in questo caso il socio) rinuncia (parzialmente o totalmente) al proprio credito;
  • recettizio, che diviene efficace quando è comunicata al debitore.

Il principio contabile OIC 28 Patrimonio netto, al prg. 36, stabilisce che “la rinuncia del credito da parte del socio – se dalle evidenze disponibili è desumibile che la natura della transazione è il rafforzamento patrimoniale della società – è trattata contabilmente alla stregua di un apporto di patrimonio a prescindere dalla natura originaria del credito. Pertanto, in tal caso la rinuncia del socio al suo diritto di credito trasforma il valore contabile del debito della società in una posta di patrimonio netto”.

In tali casi, in buona sostanza, si ha la conversione del debito in una posta del patrimonio netto della società.

E’ stato osservato che “la rinuncia al credito rappresenta, infatti, una modalità tecnico-giuridica con la quale il socio effettua un apporto al fine di incrementare il patrimonio sociale della società senza, tuttavia, incidere sul capitale nominale (salvo, ovviamente, un successivo aumento di capitale); attraverso tale atto dispositivo di un proprio diritto, pertanto, il socio esce dal rapporto di finanziamento per tornare nel rapporto partecipativo e ciò come se ab origine avesse effettuato un versamento fuori capitale, rectius un versamento in conto capitale”[25].

La riserva generata dalla rinuncia ha natura di riserva di capitale in quanto consegue ad apporti di denaro dei soci; quindi, non può rappresentare una riserva di utili.

È opportuno segnalare che, stante la rinuncia, il credito del socio viene acquisito indistintamente al patrimonio nella società, vale a dire che ne beneficiano in termini di accrescimento patrimoniale anche gli altri soci.

In proposito la dottrina notarile ha osservato che “i versamenti effettuati dai soci a favore della società senza alcun diritto di rimborso, denominati nella prassi “versamenti in conto capitale”, sono definitivamente acquisiti a patrimonio sociale fin dal momento della loro esecuzione ed integrano una riserva disponibile.

Da tale momento cessa ogni rapporto/collegamento tra il socio versante e la somma versata.

Le riserve costituite con detti versamenti possono essere liberamente utilizzate sia per ripianare le perdite che per aumentare gratuitamente il capitale sociale, mentre in nessun caso possono essere utilizzate per liberare aumenti di capitale a pagamento.

L’aumento gratuito di capitale mediante l’utilizzo delle riserve costituite con i ‘versamenti in conto capitale’, secondo il principio di legge, dovrà essere attribuito a tutti i soci in proporzione alle partecipazioni da ciascuno detenute, prescindendo dalla circostanza che i versamenti utilizzati siano stati effettuati solo da alcuni soci, ovvero siano stati effettuati dai soci in misura non proporzionale rispetto alle loro partecipazioni”[26].

Invero, con il consenso unanime dei soci è possibile attribuirli ai soci che hanno effettuato la rinuncia[27].

In pratica con la rinuncia i finanziamenti cessano di essere targati, vale a dire intestati al socio che li ha erogati.

Per far sì che continuino ad esserlo una ipotesi può essere rappresentata dalla loro imputazione ai ‘versamenti in conto futuro aumento di capitale sociale’, ovvero ad un aumento di capitale sociale, nonché ai ‘versamenti in conto aumento di capitale sociale’.

Ciò, naturalmente, può essere solo la conseguenza dell’assunzione di specifiche delibere in tal senso. A tal fine giova precisare che, secondo le indicazioni dell’OIC 28

  • la riserva ‘versamenti in conto futuro aumento di capitale sociale’ accoglie i versamenti non restituibili effettuati dai soci in via anticipata, in vista di un futuro aumento di capitale;
  • quella costituita dai ‘versamenti in conto aumento capitale sociale’ riporta gli importi di capitale sottoscritti dai soci, in ipotesi di aumento di capitale scindibile, quando la procedura di aumento del capitale sia ancora in corso alla data di chiusura del bilancio.

Rispetto all’ipotesi della dazione in conto futuro aumento di capitale, va evidenziato che se la delibera di aumento, per qualsiasi ragione non viene eseguita nei termini previsti, la relativa riserva deve essere rimborsata. Si concretizza, infatti, il venir meno della causa che giustifica l’attribuzione in favore della società[28].


[1] Tribunale Milano, Sezione specializzata in materia di imprese, sentenza n. 1465, 14/02/2020.

[2] Secondo la previsione dell’articolo 1815 c.c., in assenza di diverso accordo convenuto tra le parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante.

Fiscalmente, in tema di redditi di capitale, l’articolo 45, comma 2, del TUIR, prescrive che “per i capitali dati a mutuo gli interessi, salvo prova contraria, si presumono percepiti alle scadenze e nella misura pattuite per iscritto. Se le scadenze non sono stabilite per iscritto gli interessi si presumono percepiti nell’ammontare maturato nel periodo di imposta. Se la misura non è determinata per iscritto gli interessi si computano al saggio legale”. Il successivo articolo 46 sancisce che “le somme versate alle società commerciali e agli enti di cui all’articolo 73, comma 1, lettera b), dai loro soci o partecipanti si considerano date a mutuo se dai bilanci o dai rendiconti di tali soggetti non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo”.

[3] Tribunale Milano, sentenza n. 6861, 01/06/2016.

[4] Appello Napoli, sentenza n. 3548, 19/10/2020.

[5] Cassazione Civile, Sezione I, sentenza n. 2758, 23/02/2012: “la prova che il versamento operato dal socio sia stato eseguito per un titolo che giustifichi la pretesa di restituzione – prova della quale è onerato il medesimo socio – dev’essere tratta non tanto dalla denominazione con la quale il versamento è registrato nelle scritture contabili della società, quanto soprattutto dal modo in cui concretamente è stato attuato il rapporto, dalle finalità pratiche cui esso appare essere diretto e dagli interessi che vi sono sottesi”.

[6] La prova della sussistenza dell’ipotesi della restituzione, rectius che le erogazioni siano da qualificarsi quali finanziamenti, incombe sul socio (v. Cassazione Civile, Sezione I, sentenza n. 2314, 19/02/1996).

[7]  A. Busani, “Soci meno vincolati nei finanziamenti”, Il Sole 24 Ore, 30/08/2005, p. 30.

[8] Cassazione Civile, Sezione I, sentenza n. 12994, 15/05/2019; nonché in senso conforme n. 14056, 07/07/2015, e n. 10509, 10/05/2016.

[9] Si pensi all’articolo 2327 c.c. che fissa ad euro 50.000 il capitale sociale minimo delle spa ed agli articoli 2446 e 2447 in tema di tutela della sua integrità. Per le srl, addirittura, secondo la previsione dell’articolo 2463, comma 4, il capitale minimo può essere pari ad un euro.

[10] G. Balp, “Commentario alla riforma delle società. Società a responsabilità limitata” (a cura di Luigi A. Bianchi), Milano, Egea – Giuffrè, 2008.

[11] Fondazione Nazionale Commercialisti, M. Gallucci, “La postergazione dei finanziamenti dei soci di s.r.l. e di s.p.a. “chiuse””, 15 ottobre 2015.

[12] G. Balp, cit.; Fondazione Nazionale Commercialisti, cit.

[13] Secondo Borsa Italiana l’indice può essere definito anche dal rapporto tra indebitamento finanziario netto e patrimonio netto. L’indebitamento finanziario netto è dato dalla differenza tra il totale dei debiti finanziari onerosi e la liquidità (cassa e banche).

[14] G. Balp, cit.

[15] In tal senso Tribunale Bologna sentenza n. 1692, 24/11/2020, Tribunale Palermo sentenza n. 2047, 18/04/2019, Tribunale Roma, Sezione Specializzata Imprese, 6.2.2017 e Tribunale Milano 24/04/2007.

[16] In tal senso Tribunale Milano sentenza n. 7755, 28/09/2021; Tribunale Catania sentenza n. 1285, 10/04/2020; Tribunale Catania sentenza n. 478, 05/02/2020; Tribunale Venezia sentenza n. 1603, 28/08/2018; Tribunale Modena 22/02/2018; Tribunale Milano sentenze n. 11934, 26/10/2015, n. 9104, 28/07/2015; 14/03/2014; 10/01/2011 e 11/11/2010.

[17]  Cassazione Civile, Sezione I, sentenza n. 12994, 15/05/2019; nonché ordinanza n. 21422, 06/07/2022.

[18] Tra gli altri, A. Postigione, “La nuova disciplina dei finanziamenti dei soci di s.r.l.: dubbi interpretativi e limiti applicativi”, Le Società n. 8/2007.

[19] Tra gli altri, V. Salafia, “I finanziamenti dei soci alla società a responsabilità limitata”, Le Società n. 9/2005, nonché “Finanziamenti dei soci alle società di capitali”, Le Società n. 12/2020.

[20] Cassazione Civile, Sezione I, sentenza, n. 16291, 20/06/2018; nonché sentenza n. 14056, 07/07/ 2015.

[21] Data di entrata in vigore del decreto liquidità.

[22] Assonime, circolare n. 16, 28/07/2020, “Le regole societarie per salvaguardare la continuità operativa delle

imprese nei decreti Liquidità e Rilancio”.

[23] M. Ventoruzzo, “Continuità aziendale, perdite sul capitale e finanziamenti soci nella legislazione emergenziale da Covid-19”, Le Società n. 5/2020.

[24] M. Ventoruzzo, cit.

[25] Fondazione Nazionale Commercialisti, “La rinuncia ai crediti dei soci verso la società e sua rilevanza tributaria alla luce del ‘decreto internazionalizzazione’”, Documento del 15 febbraio 2016, pag. 6. Secondo l’OIC 28 i ‘versamenti in conto capitale’ costituiscono una riserva del patrimonio netto che accoglie il valore di nuovi apporti operati dai soci, pur in assenza dell’intendimento di procedere a futuri aumenti di capitale.

[26] Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie, Orientamento I.K.1, 9/07.

[27] Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie, Orientamento I.G.31, 9/07.

[28] Cassazione Civile, Sezione I, sentenza n. 16049, 29/07/2015.

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