LA DEDUCIBILITA’ DEI COMPENSI IN FAVORE DEGLI AMMINISTRATORI DELLE SOCIETA’ DI CAPITALI

Giovanni Riccio
di Giovanni Riccio

Una recente sentenza della Cassazione ribadisce, ancora una volta, la necessità del rispetto dei requisiti formali individuati dal codice e declinati da un ampio panorama giurisprudenziale per la deducibilità da parte della società erogante i compensi in favore degli amministratori.

Analizziamo gli aspetti civilistici, le regole fiscali per la deduzione, nonché il sindacato dell’Amministrazione finanziaria sulla relativa congruità.

INTODUZIONE

Periodicamente la Suprema Corte è investita della questione relativa alla deducibilità dei compensi in favore degli amministratori delle società di capitali.

L’ultimo arresto giurisprudenziale è la sentenza n. 24562 emessa lo scorso 9 agosto dalla Sezione 5.

In tale occasione, ancora una volta, i giudici hanno ribadito l’assoluta necessità del rispetto di alcuni aspetti formali che assumono un rilevo sostanziale, la cui inosservanza determina irrimediabilmente l’indeducibilità dei compensi erogati.

La necessità dell’assunzione di una precisa delibera in tal senso, seppure limitatamente alle società di tipo familiare a ristretta base sociale, potrebbe apparire un adempimento ridondante rispetto alla gestione complessiva.

La citata sentenza presenta una particolarità rispetto al preesistente panorama giurisprudenziale. Tale aspetto sarà esaminato nel prosieguo del presente lavoro.

LA DISCIPLINA CIVILISTICA

Per le società di capitali la norma di riferimento è l’articolo 2389 del codice civile previsto per le società per azioni.

È ivi sancito che

I compensi spettanti ai membri del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo sono stabiliti all’atto della nomina o dall’assemblea.

Essi possono essere costituiti in tutto o in parte da partecipazioni agli utili o dall’attribuzione del diritto di sottoscrivere a prezzo predeterminato azioni di futura emissione.

La remunerazione degli amministratori investiti di particolari cariche in conformità dello statuto è stabilita dal consiglio di amministrazione, sentito il parere del collegio sindacale. Se lo statuto lo prevede, l’assemblea può determinare un importo complessivo per la remunerazione di tutti gli amministratori, inclusi quelli investiti di particolari cariche”.

Va precisato che la richiamata disposizione si rende applicabile nel silenzio dello statuto sociale. L’articolo 2364, comma 1, n. 3), infatti, prescrive che nelle società prive del consiglio di sorveglianza l’assemblea riunita in seduta ordinaria provvede a fissare il compenso degli amministratori, qualora, si ripete, lo statuto nulla disponga in tal senso.

In ordine all’inquadramento dell’organo amministrativo all’interno della struttura societaria è il caso di osservare che esso è investito delle mansioni gestorie della società. Il rapporto tra gli amministratori e l’ente associativo, quindi, è di tipo organico; da ciò discende che il compenso possa essere eventuale, vale a dire che non si tratta di un obbligo. La Suprema Corte ha evidenziato che “il possesso della qualifica di amministratore di società di capitali, non comporta in capo a chi tale qualifica riveste, alcun rapporto di tipo contrattuale con la società stessa, di guisa che non potrebbe riconoscersi all’amministratore alcun diritto ex lege al compenso”1.

Stante l’organicità del rapporto amministratore – società, ad esso non si applicano né l’articolo 36 della Costituzione (diritto del lavoratore alla retribuzione), né l’articolo 409, comma 1, n. 3, c.p.c. (individuazione delle controversie individuali di lavoro)2.

Vi è di più: non solo il rapporto può essere gratuito, ma tale non onerosità può anche essere prevista statutariamente3.

Al di fuori delle ipotesi di gratuità espressamente previste, l’incarico è oneroso in applicazione dell’articolo 2389 c.c.; pertanto, in assenza di una specifica previsione statutaria, l’assemblea ordinaria, in occasione della loro nomina, ovvero con una successiva deliberazione, determina il compenso spettante all’organo amministrativo.

Qualora manchi la fissazione del compenso nello statuto, ovvero da parte dell’assemblea, sono inefficaci diverse forme di determinazione del compenso.

In assenza di una esplicita previsione di gratuità, come poc’anzi indicato, la prestazione resa dall’amministratore è, dunque, da intendersi onerosa; pertanto, in capo a quest’ultimo si configura un diritto soggettivo alla remunerazione che, nel silenzio dell’indicazione statutaria del compenso, ovvero nel caso in cui l’assemblea dei soci non proceda alla relativa deliberazione, consente all’amministratore di adire le vie legali per la determinazione dello stesso. La giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, è concorde sul riconoscimento di tale possibilità in favore dell’organo amministrativo4.

LA NECESSITÀ DI UNA DELIBERA ASSEMBLEARE ESPLICITA

Nel silenzio statutario, come evidenziato, è l’assemblea che deve deliberare il compenso in favore degli amministratori.

Sul punto sono intervenute le SS. UU. della Cassazione5. I giudici hanno affermato che è necessaria una specifica delibera assembleare avente all’ordine del giorno la fissazione del compenso. Non è ammissibile una deliberazione implicita in tal senso, quale ad esempio l’approvazione del bilancio nei cui costi figuri il compenso dell’organo amministrativo.

Con l’arresto giurisprudenziale in parola, “le sezioni unite ritengono che debba essere preferito l’orientamento che ritiene necessaria l’esplicita delibera assembleare di determinazione dei compensi e che nega che tale delibera possa considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio. (…) È pertanto evidente che la violazione dell’art. 2389 c.c., sul piano civilistico, dà luogo a nullità degli atti di autodeterminazione dei compensi da parte degli amministratori per violazione di norma imperativa, nullità che, per il principio stabilito dall’art. 1423 c.c., non è suscettibile di convalida (…) Peraltro, dall’art. 2364 c.c. emerge con chiarezza che la legge considera le deliberazioni di approvazioni del bilancio (n. 1) e quelle di determinazioni dei compensi degli amministratori (n. 3) come aventi oggetti e contenuti diversi e distinti (Cass. n. 2672/1968), l’una essendo diretta a controllare la legittimità di un atto di competenza degli amministratori, ‘approvandolo’ o non ‘approvandolo’, l’altra avendo la funzione di ‘determinare’ o ‘stabilire’ (art. 2389 c.c.) il compenso’’.

A ben vedere, una delibera tacita, vale a dire nel caso in cui l’evoluzione dei fatti manifesti una determinata volontà assembleare (ad esempio il pagamento di compensi non previamente deliberati), ovvero una di tipo implicito, intendendo per tale quella che presuppone il contenuto di altre (ad esempio la delibera di approvazione del bilancio che contiene tra i costi il compenso in favore degli amministratori), violerebbero il disposto dell’articolo 2366 che impone l’indicazione degli argomenti posti all’ordine del giorno della riunione assembleare.

Tale rilievo, invero, potrebbe essere superato con un’assemblea di tipo totalitario6. Il problema, al limite, si risolverebbe per le delibere assunte in seduta totalitaria afferenti al compenso. Verosimilmente, rimarrebbe nel caso di una delibera di approvazione del bilancio che implicitamente vorrebbe approvare anche il compenso in favore dell’organo amministrativo7.

L’articolo 2389 è una norma di carattere imperativo, pertanto, in conseguenza della sua violazione, sono inefficaci i pagamenti di compensi non deliberati.

L’autoliquidazione dei compensi a cura dell’organo amministrativo in favore di sé stesso non solo non è ipotizzabile, ma può avere conseguenze penali in caso di sviluppi fallimentari della società.

In ordine alla questione penalistico fallimentare della indebita percezione dei compensi da parte dell’amministratore, è opportuno evidenziare quanto segue.

Secondo un orientamento giurisprudenziale, l’amministratore che si ripaghi dei suoi crediti relativi ai compensi per l’attività prestata verso la società fallita, prelevando dalle casse sociali o comunque ottenendo una “somma congrua” rispetto al lavoro prestato, non risponde di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, ma della meno grave bancarotta fraudolenta preferenziale8.

Un altro filone giurisprudenziale, più rigoroso e formalistico, ritiene che il prelievo dalle casse sociali da parte dell’amministratore a titolo di pagamento dei suoi compensi, in assenza della previsione statutaria, ovvero dell’apposita delibera assembleare, integri il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione9.

Al primo orientamento è ascrivibile un arresto giurisprudenziale della Cassazione del 202110: “la giurisprudenza di legittimità, dopo alcune oscillazioni, appare ormai attestata sul principio, condiviso dal Collegio, secondo cui l’amministratore che si ripaghi dei suoi crediti verso la società fallita relativi a compensi per il lavoro prestato, prelevando ovvero, comunque, ottenendo dalla cassa sociale una somma congrua rispetto a tale attività, risponde non di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, ma dì bancarotta preferenziale, grazie alla presenza dell’elemento caratterizzante di tale tipo di bancarotta rispetto alla fraudolenta patrimoniale, rappresentato dall’alterazione della par condicio creditorum, essendo irrilevante, al fine della qualificazione giuridica del fatto – dal momento che la norma incriminatrice prescinde dalla relazione dell’autore con l’organismo societario – la specifica qualità dell’agente di amministratore della società, se del caso censurabile in sede di commisurazione della sanzione a fronte di una possibile maggior gravità, per tale ragione, del reato. Ed invero, come è stato correttamente osservato, il punto davvero centrale per stabilire se ricorra o meno il delitto di bancarotta fraudolenta è stabilire se la somma prelevata dalle casse sociali dall’amministratore sia o meno congrua rispetto al lavoro prestato, congruità che, evidentemente deve essere valutata e stabilita dal giudice e non dagli organi societari. Se, infatti, la somma prelevata corrisponda a quanto normalmente percepito dall’amministratore a titolo di compenso, negli anni precedenti quando la società non trovatasi in stato di insolvenza o a quanto percepito dagli amministratori di società analoghe, non si può parlare di vantaggio indebito, avendo diritto chi abbia offerto una prestazione lavorativa al relativo compenso”.

L’APPLICAZIONE DELLO SCHEMA DELLE SPA ALLE SRL

La Cassazione ha stabilito che la norma di cui all’articolo 2389 “sebbene dettata riguardo alle società per azioni, debba intendersi come avente carattere generale inderogabile, applicabile, pur in mancanza, ora, di una norma di rinvio espresso, alle società a responsabilità limitata, lo si ricava dal fatto che in quest’ultimo tipo di società di capitali non è prevista una norma specifica sui compensi agli amministratori, rimandando l’art. 2475 c.c., all’atto costitutivo, quanto alla disciplina dell’ amministrazione della società, limitandosi il primo comma di detta disposizione a prevedere che «salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’amministrazione della società è affidata a uno o più soci>>” (ordinanza n. 38757, 07/12/2021).

In pratica, secondo l’orientamento dei Giudici di legittimità l’impianto normativo previsto per le Spa dev’essere tout court applicato anche alle Srl.

Tale asserzione ha suscitato diverse perplessità riconducibili alle seguenti ragioni.

Innanzitutto, lo schema legale delle società a responsabilità limitata tratteggiato dalla riforma del diritto societario è autonomo e distinto rispetto alle Spa, anzi, verosimilmente, è più vicino a quello delle società di persone.

In secondo luogo, in riferimento alle Srl il codice non menziona l’assemblea dei soci, bensì le decisioni dei soci; quindi, il richiamo all’articolo 2389 non pare pertinente.

Va, altresì, considerato che nel perimetro delle società a responsabilità limitata non vi è una dicotomia assoluta tra soci ed amministratori rispetto alla gestione.

Ciò è desumibile dalle seguenti disposizioni del codice civile:

  • articolo 2479, comma 1, “i soci decidono sulle materie riservate alla loro competenza dall’atto costitutivo, nonché sugli argomenti che uno o più amministratori o tanti soci che rappresentano almeno un terzo del capitale sociale sottopongono alla loro approvazione”;
  • articolo 2476, comma 8, “sono altresì solidalmente responsabili con gli amministratori, ai sensi dei precedenti commi, i soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi”.

Infine, per il tipo societario in parola non è prevista una norma analoga all’articolo 2364, comma 1, n. 3), che, in caso di assenza della previsione statutaria, attribuisce espressamente all’assemblea l’incarico di determinare la competenza a determinare il compenso dell’organo amministrativo.

DEDUCIBILITÀ DEL COMPENSO: INQUADRAMENTO GENERALE

Stante il disposto dell’articolo 95, comma 5, del TUIR, i compensi erogati in favore degli amministratori sono deducibili dall’IRES secondo il principio di cassa; pertanto, in assenza della liquidazione nei termini previsti, nel modello SC del periodo di imposta nel quale è rilevato il relativo costo si deve procedere ad una variazione in aumento pari all’importo contabilizzato, ma non pagato. Nel modello dichiarativo del periodo di imposta nel quale interviene il pagamento si effettua la corrispondente variazione in diminuzione per consentirne la deduzione.

Come evidenziato dalla prassi erariale11, il compenso in favore dell’organo amministrativo è generalmente assimilato al reddito di lavoro dipendente. L’eccezione è rappresentata dalla prestazione resa da un professionista nel cui ambito lavorativo rientri l’amministrazione della società (quali ad esempio i dottori commercialisti ed esperti contabili), ovvero quella resa da un lavoratore autonomo nei confronti di una società la cui attività sia inerente alle sue prestazioni professionali (a tal proposito l’Agenzia fornisce l’esempio dell’ingegnere che assume l’incarico di amministratore di una società di ingegneria o di costruzioni).

Nel caso in cui si tratti di un amministratore non professionista si applica il cd. principio di cassa allargato (articolo 51, comma 1, del TUIR), pertanto, sono deducibili nel periodo di imposta di maturazione quelli liquidati entro il 12 gennaio dell’anno successivo12.

Se, invece, si tratta di un professionista che ricopre la carica di amministratore, vige il principio di cassa puro, pertanto sono deducibili nel periodo di imposta di maturazione gli onorari pagati a titolo di compensi amministratore entro il 31 dicembre.

La Suprema Corte13, in riferimento al momento in cui si deve considerare eseguito il pagamento in favore dell’amministratore a seconda delle modalità con le quali avviene, ha stabilito quanto segue:

  • in ipotesi di regolazione in contanti, è rilevante il momento della consegna, debitamente attestato dal ricevente;
  • qualora il saldo avvenga a mezzo assegno (bancario o circolare), la data dell’assegno;
  • se il pagamento è disposto mediante un bonifico bancario, rileva la data dell’accredito in favore del beneficiario.

Per quanto concerne l’IRAP, occorre distinguere il caso dell’amministratore professionista da quello dell’amministratore fiscalmente assimilato al lavoratore dipendente.

In tale ultima ipotesi, il compenso in favore dell’organo amministrativo non è deducibile ai fini dell’imposta regionale, fatta salva l’applicazione delle previste deduzioni in riferimento alla determinazione del valore della produzione netta (articolo 11, D. Lgs. 446/1997).

Qualora, invece, sia corrisposto in favore di un professionista contribuisce a ridurre il valore della produzione imponibile ai fini dell’imposta in parola.

DEDUCIBILITÀ DEL COMPENSO: LA NECESSITÀ DELLA DELIBERA

Per la deducibilità del costo del compenso, l’Agenzia delle Entrate, supportata dalla rassegnata giurisprudenza della Cassazione, è ormai incontrovertibilmente orientata verso la necessità della definizione del compenso secondo le disposizioni codicistiche: un compenso pagato, ma non correttamente deliberato, viene ripreso a tassazione, rectius considerato indeducibile.

Prima di approfondire la tematica in parola non può non osservarsi che i massimi Giudici non hanno mostrato lo stesso rigore per il rispetto dello schema previsto dal codice civile (necessità della delibera) in ambito tributario in occasioni differenti da quelle afferenti ai compensi degli amministratori. Il riferimento è alla presunzione della percezione da parte dei soci delle società a ristretta base azionaria dei dividendi extracontabili eventualmente accertati.

In tali occasioni la Cassazione ritiene irrilevante l’assenza della delibera, poiché la ristretta base azionaria è una presunzione semplice dell’avvenuta distribuzione, che, quindi, in tali circostanze, anche in considerazione della natura extra contabile degli utili, può prescindere dalla formalità della delibera.

In analoghe strutture (ristretta base societaria), invece, qualora trattasi di compensi non occultati, regolarmente contabilizzati e riportati in bilanci ritualmente approvati, la Suprema Corte ritiene imprescindibile il rispetto delle formalità richieste dalle norme codicistiche richiamate.

Sulla base del citato arresto giurisprudenziale della Suprema Corte (SS. UU, sentenza n. 21933/2008), è stata disconosciuta la deducibilità dei compensi erogati all’organo amministrativo, ma non deliberati dall’assemblea14.

La Cassazione ritiene che la mancata assunzione di una delibera esplicita e specifica relativa alla determinazione del compenso di spettanza dell’amministratore, determini l’assenza dei requisiti di certezza e determinabilità del costo richiesti dal comma 1, dell’articolo 109 del TUIR: “il requisito di “certezza” od esistenza della spesa (…), deve infatti ricondursi al momento della formazione del titolo giuridico in cui trova fonte l’obbligazione patrimoniale della società”15.

In pratica, secondo l’orientamento giurisprudenziale rassegnato, nel silenzio dello statuto, la mancata delibera assembleare configurerebbe una situazione di autodeterminazione del compenso, che non garantisce una quantificazione in modo obiettivo del costo, quindi privo dei requisiti di cui all’articolo 109 TUIR, pertanto indeducibile.

La recente sentenza n. 24562/2022 si inserisce nel perimetro giurisprudenziale tracciato, nel quale, però, apporta un elemento di novità.

In tale occasione, “il collegio – pur ponendosi in continuità con l’orientamento tradizionale – ritiene, peraltro, di dovere condividere la soluzione più articolata accolta da Cass. n. 28668 del 9.11.2018, che, riprendendo la motivazione di Cass. SS.UU. n. 21933 del 2008, cit., ha ritenuto indeducibili i compensi corrisposti nel 2004 in favore degli amministratori per difetto di una preventiva delibera da parte dell’assemblea dei soci, non essendo stata ritenuta sufficiente una successiva ratifica contenuta nella delibera di approvazione del bilancio”.

Con l’arresto giurisprudenziale in parola, i giudici ribadiscono l’insanabilità della mancata deliberazione con la ratifica implicita in occasione della decisione relativa all’approvazione del bilancio, sulla base delle seguenti argomentazioni:

  • la natura inderogabile ed imperativa del dettato normativo in tema di deliberazione dei compensi in favore degli amministratori;
  • l’esistenza di due disposizioni specifiche e distinte in riferimento a tale fattispecie ed all’approvazione del bilancio;
  • la mancata liberazione dalla titolarità e dalle conseguenti responsabilità in capo agli amministratori della gestione, in conseguenza dell’approvazione del bilancio;
  • l’incompatibilità delle delibere implicite con le regole generali di formazione della volontà dei soci manifestata attraverso le sedute assembleari.

Essi nella sentenza dello scorso agosto rassegnano una nuova considerazione, precisando che “il difetto di specifica delibera dell’assemblea in ordine alla determinazione del compenso degli amministratori può essere effettivamente sanato in sede di delibera di approvazione del bilancio, ma solo se detta delibera abbia espressamente approvato la relativa voce, non essendo sufficiente la semplice approvazione del bilancio contenente detta voce”.

Si tratta di uno spunto in contrasto con altre decisioni assunte dal massimo Collegio.

Infatti, la Cassazione in più occasioni ha sancito la necessità di una deliberazione preventiva, quindi, di fatto, l’inadeguatezza per fini di “sanatoria” della delibera di approvazione del bilancio nel quale è esposto il costo per il compenso, seppur esplicitamente discusso ed approvato in tale occasione, secondo la possibilità delineata dalla sentenza n. 24562.

È il caso, ad esempio dell’ordinanza n. 7329/2021, con la quale è stata ribadita la necessità della preventiva assunzione della delibera per garantire al costo i requisiti di certezza, quindi di deducibilità16.

Di particolare interesse è l’ordinanza n. 5763/202117, la quale ha ribadito che “il compenso pagato senza una delibera preventiva che ne abbia approvato il diverso ammontare non può in alcun modo ricondursi alla volontà dell’ assemblea il che, sotto il profilo tributario, si riverbera sulla indeducibilità del costo per difetto dei requisiti di certezza e determinabilità di cui all’art.109 TUIR: la mancanza di una delibera specifica sui compensi comporta, sul piano civilistico, la nullità dell’atto di autodeterminazione del compenso da parte degli amministratori, sul piano fiscale, la non deducibilità del compenso”.

Tale pronuncia è particolarmente interessante perché non afferisce ad un caso di erogazione dei compensi in assenza della prescritta delibera, bensì attiene ad una fattispecie parzialmente diversa.

Nella situazione posta al vaglio della Suprema Corte la delibera era stata assunta preventivamente all’erogazione; tuttavia, gli emolumenti in favore dell’organo amministrativo erano risultati superiori alla statuizione assembleare. In un anno successivo all’avvenuto eccedente pagamento, l’assemblea dei soci aveva deliberato una ratifica. Tale comportamento è stato censurato dalla Cassazione, in quanto non conforme allo schema previsto dal codice, con conseguente censura di indeducibilità della parte di compenso ridondante rispetto all’originaria decisione assembleare.

Da quanto esposto, nonostante lo spiraglio che potrebbe intravvedersi nella sentenza n. 24562/2022, ragioni di cautela inducono ad assumere preventivamente la delibera esplicita di fissazione del compenso.

IL SINDACATO DELL’AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA SULLA CONGRUITÀ DEI COMPENSI

La prassi dell’Agenzia delle Entrate, in riferimento a tale tipologia di spese, afferma che “in sede di attività di controllo, l’amministrazione finanziaria può disconoscere totalmente o parzialmente la deducibilità dei componenti negativi di cui si tratta in tutte le ipotesi in cui i compensi appaiano insoliti, sproporzionati ovvero strumentali all’ottenimento di indebiti vantaggi”18.

Invero, considerato che la tassazione IRPEF in capo ai percettori è generalmente superiore al risparmio fiscale in favore della società erogante, non si comprendono quali possano essere i vantaggi fiscali di un compenso incongruo.

Lo stesso dicasi nell’ipotesi in cui l’Erario contesti l’abnormità dei compensi finalizzati a mascherare una distribuzione di utili.

Osservato che tale fattispecie potrebbe ricorrere solo nel caso in cui vi sia una sostanziale coincidenza tra compagine sociale ed organo amministrativo, non può non rilevarsi che, anche in tale circostanza, la tassazione che subisce l’amministratore in conseguenza dei compensi ricevuti è tendenzialmente superiore rispetto al caso in cui avesse percepito la medesima somma a titolo di dividendi.

La questione della sindacabilità della congruità del compenso in favore dell’organo amministrativo da parte dell’amministrazione finanziaria è stata molto dibattuta ed oggetto di un andamento ondivago da parte della giurisprudenza di merito e di legittimità.

Da tempo, tuttavia, la Cassazione ritiene ammissibile il sindacato di congruità del compenso di spettanza degli amministratori.

La Suprema Corte è attestata su una linea interpretativa rigorosa per il contribuente, secondo la quale l’amministrazione finanziaria ha il potere di valutare la congruità dei costi e dei ricavi emergenti dal bilancio e nelle dichiarazioni dei redditi, anche se la contabilità è formalmente ineccepibile19.

Le contestazioni circa la congruità del compenso degli amministratori rientrano nell’alveo degli accertamenti legati alla antieconomicità della condotta imprenditoriale suffragati dalla recente massima giurisprudenza.

La Cassazione, in proposito, ha sentenziato che “l’amministrazione finanziaria, nel negare l’inerenza di un costo per mancanza, insufficienza od inadeguatezza degli elementi dedotti dal contribuente ovvero a fronte di circostanze di fatto tali da inficiarne la validità o la rilevanza, può contestare l’incongruità e l’antieconomicità della spesa, che assumono rilievo, sul piano probatorio, come indici sintomatici della carenza di inerenza pur non identificandosi in essa ed in tal caso è onere del contribuente dimostrare la regolarità delle operazioni in relazione allo svolgimento dell’attività d’impresa e alle scelte imprenditoriali”20.

1 Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza n. 27338, 24/10/2019; nonché n. 15382, 21/06/2017.

2 Cassazione Civile, sentenza n. 1545, 20/01/2017.

3 Cassazione Civile, ordinanza n. 285, 09/01/2019.

4 Cassazione Civile, sentenza n. 1647, 24/02/1997; Tribunale Roma, Sez. specializzata imprese, sentenza 24/01/2017; Tribunale Firenze, sentenza 02/05/2001.

5 Cassazione Civile, Sezioni Unite, sentenza n. 21933, 29/08/ 2008.

6 Secondo la previsione dell’articolo 2366, comma 4, primo periodo, nel caso in cui l’assemblea delle SpA non sia stata ritualmente convocata, si considera regolarmente costituita nel caso in cui sia rappresentato l’intero capitale sociale e partecipi alla seduta la maggioranza dei componenti l’organo ammnistrativo e di quello di controllo. Il secondo periodo della norma citata precisa che, in tale circostanza, ciascuno dei partecipanti può opporsi alla discussione di qualsiasi argomento rispetto ai quali non si ritenga sufficientemente informato. E’, altresì, previsto che ai componenti dell’organo amministrativo e di controllo non presenti vadano tempestivamente comunicate le delibere assunte (articolo 2366, comma 5).

La disciplina dell’assemblea totalitaria per le Srl è declinata dall’articolo 2479, ai sensi del quale “in ogni caso la deliberazione s’intende adottata quando ad essa partecipa l’intero capitale sociale e tutti gli amministratori e sindaci sono presenti o informati della riunione e nessuno si oppone alla trattazione dell’argomento”.

7 La questione è affrontata anche nella recente presa di posizione della Cassazione (sentenza n. 24562/2022 cit.). Sul punto ritorneremo nel prg. relativo agli aspetti fiscali dell’argomento in esame.

8 Cassazione Penale, sentenza n. 48017, 03/12/2015.

9 Cassazione Penale, sentenza n. 50836, 30/11/2016; sentenza n. 17792, 07/04/2017.

10 Cassazione Penale, sentenza n. 31517, 11/08/2021.

11 Agenzia delle Entrate, circolare n. 105/E, 12/12/2001.

12 Agenzia delle Entrate, circolare n. 7//E, 26/01/2001; nonché, n. 57/E, 18/06/2001.

13 Cassazione Civile, sentenza n. 20033, 11/08/2017.

14 Il panorama giurisprudenziale tracciato dai massimi giudici è ampio ed uniforme: Cassazione Civile, sentenza n. 20265, 04/092013; n. 5349, 07/03/ 2014; ordinanza n. 1179, 08/06/ 2016; sentenza n. 4400, 20/02/ 2020; ordinanza n. 7329, 16/03/2021.

15 Cassazione Civile, sentenza n. 21953, 28/10/2015.

16 Cassazione Civile, sentenza n. 7329, 16/3/2021, che richiama le sentenze n. 5349, 7/3/2014 e n. 21953, 28/10/2015.

17 Cassazione Civile, ordinanza n. 5763, 3/3/2021.

18 Risoluzione n. 113/E, 31/12/2011.

19 Con la sentenza n. 24379 del 30 novembre 2016, è stato affermato che la Cassazione “intende dare continuità alla prevalente giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in tema di determinazione del reddito di impresa, rientra nei poteri dell’amministrazione finanziaria la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrano irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d’impresa; pertanto la deducibilità dei compensi degli amministratori di società, stabilita dall’art. 62 (ora 95 comma 5) del DPR 22 dicembre 1986 n. 917, non implica che l’amministrazione finanziaria sia vincolata alla misura indicata nelle deliberazioni della società, competendo all’Ufficio la verifica della attendibilità economica di tali dati. Inoltre, ai fini della generale deducibilità dei costi non è sufficiente che il contribuente fornisca la prova della effettività dei componenti negativi (ossia che essi non sono inesistenti) dovendo anche fornire la prova della loro inerenza, anche in senso quantitativo, alla produzione di ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito (art. 109 comma 5 DPR 22 dicembre 1986 n. 917); anche sotto tale profilo l’amministrazione finanziaria è legittimata a negare la deducibilità parziale di un costo ritenuto sproporzionato ai ricavi o all’oggetto dell’impresa e rispetto al quale la società non fornisca plausibili ragioni a giustificazione dell’ammontare del medesimo (in tal senso Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 9036 del 15.4.2013; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 3243 dell’11.2.2013; Sez. 5, Sentenza n. 9497 dell’11.4.2008)”.

20 Cassazione Civile, sentenza n. 29002, 11/11/2019; nonché n. 33026, 14/11/2019, n. 18904, 17/07/2018, n. 24379, 30/11/2016.

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