Le nuove regole di ripartizione dell’onere probatorio alla prova delle presunzioni

Paolo Iaccarino
di Paolo Iaccarino

Il valore politico della Riforma

L’articolo 6 della Legge 31 agosto 2022, n. 130, nel lessico utilizzato dal Legislatore, è una vera e propria dichiarazione politica, il tentativo, fuori dagli schemi, di richiamare all’ordine la giurisprudenza tributaria, nonché la dottrina, rispetto all’evoluzione distorta assunta dalle regole di ripartizione dell’onere probatorio nel corso degli anni. In questo senso, infatti, il Legislatore non si accontenta di chiarire i criteri di ripartizione sotto il profilo meramente soggettivo.

Nel rimarcare come debba essere l’amministrazione il soggetto chiamato a provare le violazioni contestate con l’atto impugnato, il Legislatore introduce un giudizio di congruità della prova che impone al giudice una valutazione critica rispetto alla sua sufficienza. Una tale abbondanza che non è passata certamente inosservata ove, per raggiungere il medesimo obiettivo, sarebbe bastato il contenuto del primo periodo con il quale si chiariscono le regole di ripartizione.

Il Legislatore, in particolare, introduce delle regole di merito e di metodo. Ogniqualvolta dal punto di vista sostanziale sia l’amministrazione la parte attrice del procedimento, e questo si incardini sull’atto impositivo, il giudice tributario è obbligato ad annullarlo se la prova della sua fondatezza manchi, si riveli contraddittoria o, più semplicemente, si dimostri insufficiente a dimostrare, in modo circostanziato e puntuale, in coerenza con la normativa tributaria sostanziale, le ragioni oggettive su cui si fondano la pretesa impositiva e l’irrogazione delle sanzioni. In questo la disposizione ha il pregio di focalizzare l’attenzione del giudice, meno sui ruoli assunti dalle parti, in cui quello dell’Amministrazione Finanziaria è solitamente privilegiato, più sulle prove fornite da ciascuna di esse, unici elementi sui quali il giudice è legittimato a fondare la propria decisione. Volendone conferire un senso, quest’ultimo passaggio della Riforma dovrebbe favorire la terzietà del giudice rispetto al peso della giurisprudenza di legittimità, soprattutto su quei temi, pochi ma centrali, in cui la direzione è segnata e risulta difficile, se non impossibile, cambiarle orientamento.

L’immutato contesto giuridico.

Se letta da un profilo prettamente giuridico la disposizione in commento non apporta sostanziali novità rispetto al passato. Superata la presunzione di legittimità degli atti tributari, i principi di cui all’articolo 2697, secondo i quali “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”, già assicuravano regole chiare e criteri di ripartizione corretti[1]. Maturata la consapevolezza, oggi confermata dalla Riforma, di come nel contenzioso tributario l’attore sostanziale del procedimento sia l’amministrazione, non sarebbe stato necessario aggiungere alcunché.

Applicato al contenzioso tributario, tuttavia, l’articolo 2697 non ha assicurato la stabilità attesa[2]. Non è possibile ignorare, complice la progressiva affermazione in dottrina e giurisprudenza del principio di vicinanza della prova[3], come si sia consolidato nel tempo l’orientamento secondo il quale in tema di agevolazioni tributarie l’onere della prova, e quindi la dimostrazione dei presupposti che legittimano la richiesta dell’agevolazione, sia stata posta, in primo luogo, a carico del contribuente[4]. Sempre sulla base del medesimo principio è stata giustificata la regola di ripartizione secondo la quale l’onere di provare la sussistenza dei requisiti di certezza e determinabilità delle componenti del reddito imponibile incomba sull’Amministrazione Finanziaria per quelle positive, e sul contribuente per quelle negative[5]. Da qui aprendo, in maniera del tutto indiscriminata, alla valutazione di economicità e al giudizio di congruità delle componenti economiche negative da parte dell’Amministrazione Finanziaria[6], più vivo che mai nonostante il passaggio ad una valutazione meramente qualitativa dell’inerenza[7].

In questo senso, allora, con un colpo di spugna, la disposizione in commento dovrebbe cancellare le cattive abitudini e i lunghi anni in cui la ripartizione dell’onere della prova avveniva, in barba ai principi di cui all’articolo 2697 del codice civile, secondo criteri mutevole, fortemente condizionati dal contesto e dalla vicinanza, o meno, alla prova da fornire. Speranze che, tuttavia, resteranno deluse sui temi di maggiore interesse.

Sua maestà alla “prova” delle presunzioni.

La prova è la regina del contenzioso. Nessun’altra definizione potrebbe risultare più azzeccata. Se si accantonano per un attimo gli aspetti meramente procedurali, la prova è l’elemento centrale del processo, non solo tributario, il bacino di conoscenze al quale il giudice attinge per esprimere la sua decisione, l’insieme dei fatti la cui conoscenza è fondamentale ai fini del giudizio[8]. La prova è la dimostrazione, in via logica e documentale, anche presuntiva o indiretta, della sussistenza dei fatti costitutivi, modificativi, impeditivi e estintivi[9]. Non esiste un catalogo tassativo delle prove ammesse al procedimento tributario come, ad eccezione del giuramento che continua ad essere espressamente escluso[10], non è previsto alcun divieto rispetto all’ingresso di prove, anche atipiche o diverse da quelle prettamente documentali. Nella loro specificità, non esiste una gerarchia in merito alla conseguente valenza probatoria.

La Riforma conferisce maggiore rigidità alla regola di ripartizione soggettiva dell’onere della prova e agisce su un livello differente rispetto alla valutazione probatoria degli elementi addotti dalle parti[11]. Intervenendo esclusivamente sui criteri di ripartizione, la Riforma si limita a chiarire quale parte, per prima, è onerata della prova, assolta la quale si determina l’automatica inversione dell’onere, ma nulla modifica rispetto alle regole di convincimento del giudice, che continuerà a dichiarare soccombente la parte che non avrà soddisfatto l’onere ad esso imposto in ragione della regola soggettiva[12]. Orbene, con la Riforma del contenzioso tributario la prova non cambia, come non cambia per l’Amministrazione Finanziaria la possibilità, con i medesimi effetti del passato, di giustificare le contestazioni avanzate e produrre in giudizio prove di carattere meramente presuntivo. La prova per presunzioni, in particolare, non viene scalfita dalla novella legislativa, sia per le presunzioni legali, in presenza di una regola di diritto, che per le presunzioni semplici, ove il nesso di causalità fra fatto noto e fatto ignoto non deriva dalla Legge, ma dall’interpretazione lasciata alla libera valutazione del giudice.

Presunzioni legali, sconfitti in partenza.

Con riferimento alle presunzioni legali relative il tema quasi non si pone. Ai sensi dell’articolo 2727 del codice civile le presunzioni legali sono la conseguenza che la Legge trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignoto. Benché sul piano prettamente processuale non comportano l’automatica inversione dell’onere della prova, unico e a carico dell’amministrazione, incidono in maniera determinante sui criteri di riparto. Queste, infatti, consentono all’Amministrazione Finanziaria, al loro semplice verificarsi, di assolvere al proprio compito e, di conseguenza, determinare l’immediata inversione dell’onere probatorio, che viene trasferito sul contribuente.

Le presunzioni iuris tantum costituiscono un mezzo che dispensa (art. 2728 c.c.) automaticamente ai fini probatori coloro a favore dei quali la presunzione è stabilita[13].

Nulla pertanto cambierà in materia di accertamenti basati sui controlli bancari ai sensi dell’articolo 32 del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973. Secondo l’orientamento granitico della Suprema Corte di Cassazione il predetto articolo 32 introduce nell’ordinamento tributario una presunzione legale relativa in base alla quale sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari, anche di terzi qualora sia dimostrata l’interposizione fittizia[14], sono posti a base della rettifica se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine. Secondo tale orientamento, in maniera del tutto esplicita, nell’avviso di accertamento conseguente al controllo bancario l’onere probatorio a carico dell’Amministrazione Finanziaria è automaticamente soddisfatto mediante la semplice acquisizione dei dati e degli elementi risultanti dai conti correnti bancari. Si determina, infatti, l’automatica inversione dell’onere della prova a carico del contribuente il quale, dal canto suo, deve dimostrare, in maniera sufficientemente analitica[15], anche in forma presuntiva, che tali movimenti abbiano già concorso alla formazione dell’imponibile ovvero ne siano del tutto estranei[16].

Basandosi su una presunzione legale, nonostante la Riforma, i dati bancari che non abbiano trovato un’adeguata giustificazione da parte del contribuente assumeranno una rilevanza decisiva ai fini dell’assolvimento dell’onere probatorio a carico dell’Amministrazione Finanziaria. Nel momento in cui la presunzione legale, con il suo semplice verificarsi, assurge a prova della contestazione, il contribuente, per evitare l’automatica soccombenza, è chiamato, a sua volta, a fornire la prova contraria[17]. Prova, non dimentichiamolo, che potrà essere fornita anche a mezzo di ulteriori presunzioni, se sufficientemente qualificate.

Le presunzioni sono tutte uguali.

Lo stesso accade per le presunzioni semplici, ovvero le conseguenze che ai sensi dell’articolo 2727 del codice civile il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignoto. Nonostante le differenze, in quanto le presunzioni semplici (2728 c.c.) non sono stabilite dalla Legge, ma lasciate alla prudenza del giudice, il quale le può ammettere solo se gravi, precise e concordanti[18], quando la presunzione risulti formata, ovvero sufficientemente qualificata, la stessa assume la medesima valenza presuntiva della presunzione legale relativa, senza più alcuna differenza di fondo, determinando l’inversione dell’onere della prova. Risultato identico per le presunzioni semplicissime, ovvero prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, in tutti i casi in cui l’ordinamento tributario, data la particolare gravità delle violazioni commesse, ne prevede il pieno e automatico riconoscimento (artt. 39, comma 2, e 41, comma 2, del dPR n. 600 del 1973).

La Riforma, pertanto, non determina conseguenze favorevoli nemmeno laddove la controversia verta sui principali orientamenti espressi dalla giurisprudenza di legittimità in quelle che, ormai da tempo, sono definite “presunzioni giurisprudenziali”. Lungi dal costituire un’ulteriore categoria di presunzioni, differenti da quelle semplici e da quelle legali, queste sono la rappresentazione delle principali correnti di pensiero della Corte di Cassazione, ormai granitiche, in tema di accertamento tributario basato su presunzioni semplici. Presunzioni che nel tempo sono diventate tali da determinare al solo verificarsi, alla stregua delle presunzioni legali, l’inversione dell’onere probatorio.

Si osservi, ad esempio, il punto di vista espresso dalla Suprema Corte in tema di antieconomicità del comportamento del contribuente. Nonostante la cosiddetta valutazione di congruità[19], ossia il giudizio di proporzionalità fra il costo e il corrispettivo vantaggio conseguito, sia stata superata da una valutazione prettamente qualitativa dell’inerenza[20], la presunta antieconomità del comportamento del contribuente[21] conserva, secondo la predetta giurisprudenza, un forte connotato presuntivo che determina il ribaltamento dell’onere probatorio. In particolare, secondo il tenore espresso, una volta che l’Ufficio abbia contestato, dimostrandola, l’antieconomicità delle scelte imprenditoriali, poiché assolutamente contrarie ai canoni dell’economia, grava sul contribuente l’onere di dimostrare la regolarità delle annotazioni contabili[22], fornendo le necessarie spiegazioni e giustificazioni[23].

Lo stesso accade in tema di attribuzione in via presuntiva di utili ai soci di società di capitali sulla base del principio che si richiama alla ristretta base societaria. Tale orientamento, in caso di accertamento di utili non contabilizzati in capo a società di capitali a ristretta base partecipativa, legittima la presunzione di attribuzione ai soci degli eventuali utili extracontabili accertati, rimanendo salva la facoltà del contribuente, determinatosi l’inversione dell’onere della prova, di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non sono stati distribuiti, ma accantonati dalla società, ovvero da essa reinvestiti[24]. Le presunzioni collegate alla ristretta compagine sociale sono tali da sollevare l’Amministrazione Finanziaria dal documentare le circostanze gravi, precise e concordanti, le stesse circostanze sull’assunto delle quali viene attribuito proporzionalmente ai soci le quote del maggior reddito accertato nei confronti della società. Ancora una volta non si tratta di una questione attinente la ripartizione dell’onere probatorio, ma delle conseguenze che la prova presuntiva assunta dall’Amministrazione Finanziaria è in grado di determinare[25].

Cassazione verso l’assoluta continuità.

Quella illustrata, in fondo, è la stessa visione espressa dalla Suprema Corte di Cassazione con la prima pronuncia post Riforma (Sentenza n. 31878 del 2022). Secondo quest’ultimo pronunciamento la Riforma ribadisce la regola, già vigente, secondo la quale l’onere della prova sia in capo all’Amministrazione Finanziaria, salvo i casi in cui le presunzioni determinino, per il loro stesso meccanismo di funzionamento, l’inversione dell’onere probatorio. Nel porre la centralità della prova nell’istruttoria dibattimentale, i giudici di legittimità da un lato confermano l’immediata entrata in vigore delle disposizioni in tema di ripartizione dell’onere probatorio avanzate con la Riforma, aspetto sul quale si era discusso, dall’altro conferma come la Riforma non incide sul meccanismo di formazione della prova, anche presuntiva[26].

Consapevoli, finalmente, come sia l’Amministrazione Finanziaria il soggetto per primo onerato all’assolvimento dell’onere probatorio, senza più titubanze o regole variabili, non tutti i problemi vengono pertanto risolti con la Riforma. Sul tavolo degli imputati restano le presunzioni “giurisprudenziali”. Nei fatti troppo simili a quelle legali, l’automatica inversione dell’onere della prova che esse determinano, in assenza di pronunce in senso contrario, rischia di rendere vano ogni tentativo di miglioramento del sistema. Con esse la prova per l’Amministrazione Finanziaria è sempre assicurata.


[1] Applicando la regola fondamentale di cui all’articolo 2697 del codice civile, scevra da distorsioni, “graverà pertanto sull’Amministrazione Finanziaria l’onere di dimostrare sempre e comunque la legittimità e la fondatezza del proprio atto impositivo e dunque della pretesa creditoria con esso manifesta e solo dopo di ciò incomberà al contribuente dimostrare l’esistenza dei fatti estintivi, modificativi e od impeditivi della pretesa tributaria” in “Le prove e gli indizi nel processo tributario”, Vassallo L., p. 20, Giuffrè Editore, 2014, Milano.

[2] La sua corretta applicazione avrebbe dovuto comportare che l’onere della prova dei fatti costitutivi il presupposto impositivo sia, senza eccezioni, a carico esclusivamente dell’ente impositore, indipendentemente dalla natura del credito vantato dall’Amministrazione Finanziaria nei confronti del contribuente (Cass. n. 22491 del 2017, Cass. n. 955 del 2016). Regola troppe volte disattesa.

[3] Applicandosi al processo tributario il principio dispositivo, secondo il quale la sentenza è formulata sulla base delle prove proposte dalle parti, il criterio della vicinanza del mezzo di prova mira ad evitare comportamenti processuali inerti.

[4] Secondo tale posizione, mai effettivamente smentita, la natura eccezionale della misura agevolativa impone al contribuente, a fronte della specifica contestazione dell’Ufficio, e alla conseguente emissione dell’atto impositivo, l’onere di fornire la prova. Si veda Cass. n. 4791 del 2021, Cass. n. 23228 del 2017.

[5] Orientamento con radici profonde nel tempo (Cass. n. 7867 del 1997, Cass. n. 13181 del 2000, Cass. n. 11514 del 2001) secondo il quale l’onere della prova dei componenti negativi incombe sul contribuente che ne invoca la relativa deducibilità. Tale approccio ha trovato conferme recentissime (Cass. n. 15320 del 2019).

[6] Secondo tale deriva spetta al contribuente, anche in ragione del criterio della vicinanza della prova, l’onere di dimostrare l’esistenza dell’inerenza e, se contestata dall’Amministrazione finanziaria, la coerenza economica dei costi deducibili, non essendo a tal fine sufficiente che la spesa sia stata contabilizzata dall’imprenditore, ma occorrendo altresì che esista la documentazione di supporto da cui ricavare, oltre che l’importo, la ragione e la coerenza economica della stessa, essendo, in difetto, legittima la negazione della deducibilità del costo (si veda Cass. n. 13588 del 2018, Cass. n. 2179 del 2015; Cass. n. 13300/2017). Definito, perfino, onere “originario” a carico del contribuente, pronuncia nella quale viene affermato che “la prova dell’inerenza di un costo quale atto d’impresa, ossia dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe sul contribuente in quanto tenuto a provare l’imponibile maturato” (Cass. n. 18904 del 2018).

[7] “L’incongruità e l’antieconomicità della spesa, che assumono rilievo, sul piano probatorio, come indici sintomatici della carenza di inerenza pur non identificandosi in essa” (Cass. n. 18904 del 2018).

[8] “Fulcro dell’attività giudiziaria” ed è “caratterizzata da un nesso inscindibile con il giudizio”. In questo senso si esprime Ubertis.

[9] La prova si “estrinseca nell’insieme dei dati conoscitivi, delle procedure e dei ragionamenti per mezzo dei quali una determinata ricostruzione dei fatti viene verificata e confermata come vera”. In questo senso Taruffo.

[10] A differenza della prova testimoniale che è stata introdotta dall’articolo 4, comma 1, lettera c), della Legge 31 agosto 2022, n. 130.

[11] Secondo il principio di allegazione il giudice, infatti, può valutare ai fini decisori tutte le prove, indipendentemente dal fatto che le stesse siano state prodotte agli atti dal soggetto sul quale, secondo la regola di ripartizione soggettiva, sarebbe gravato il relativo onere.

[12] Il principio in esame, come è stato esattamente sostenuto in dottrina, “opera distribuendo sulle parti, in termini di soccombenza, le conseguenze della mancata prova del fatto sul quale si fonda la domanda o l’eccezione. Trattasi di una regola di giudizio, vale a dire di un criterio che entra in gioco nel momento della decisione finale” (Taruffo, “Le prove”, Comogli – Ferri – Taruffo – Lezioni sul processo civile).

[13] Le presunzioni legali non consentono al giudice alcuna valutazione alternativa, dovendo prendere atto dell’inferenza predeterminata dalla Legge.

[14] “Gli artt. 32, n. 7, del d.P.R. n. 600 del 1973 e 51 del d.P.R. n. 633 del 1972 autorizzano l’Ufficio finanziario a procedere all’accertamento fiscale anche attraverso indagini su conti correnti bancari formalmente intestati a terzi ma che si ha motivo di ritenere connessi ed inerenti al reddito del contribuente” (Cass. n. 1898 del 2016). Secondo la giurisprudenza di legittimità tale ricostruzione risulta certamente meno rigorosa nell’ambito del nucleo familiare (Cass. n. 32427 del 2019), o in presenza di rapporti di stretta contiguità che possono instaurarsi in ambito societario (Cass .n. 7071 del 2020).

[15] “In tema di accertamenti bancari, gli artt. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973 e 51 del d.P.R. n. 633 del 1972 prevedono una presunzione legale in favore dell’erario che, in quanto tale, non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 cod.civ. per le presunzioni semplici, e che può essere superata dal contribuente attraverso una prova analitica, con specifica indicazione della riferibilità di ogni versamento bancario, idonea a dimostrare che gli elementi desumibili dalle movimentazioni bancarie non attengono ad operazioni imponibili, cui consegue l’obbligo del giudice di merito di verificare con rigore l’efficacia dimostrativa delle prove offerte dal contribuente per ciascuna operazione e di dar conto espressamente in sentenza delle relative risultanze” (Cass. n. 13112 del 2020).

[16] “L’art. 32, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 prevede una presunzione legale in base alla quale sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari vanno imputati a ricavi e a fronte della quale il contribuente, in mancanza di espresso divieto normativo e per il principio di libertà dei mezzi di prova, può fornire la prova contraria anche attraverso presunzioni semplici da sottoporre comunque ad attenta verifica da parte del giudice, il quale è tenuto a individuare analiticamente i fatti noti dai quali dedurre quelli ignoti correlando ogni indizio (purché grave, preciso e concordante) ai movimenti bancari contestati, il cui significato deve essere apprezzato nei tempi, nell’ammontare e nel contesto complessivo, senza ricorrere ad affermazioni apodittiche, generiche, sommarie o cumulative” (Cass. n. 714 del 2019; si veda inoltre Cass. n. 15857 del 2016).

[17] “La riconducibilità dei versamenti effettuati dai lavoratori autonomi e dai professionisti sui propri conti correnti ai compensi dai medesimi percepiti è assistita dalla presunzione legale posta dalle predette disposizioni a favore dell’Erario, che data la fonte legale, non necessita – come erroneamente ha ritenuto la CTR – dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 cod. civ. per le presunzioni semplici, ed è superabile soltanto dalla prova contraria fornita dal contribuente (Cass. n. 6237 del 2015 e n. 9078 del 2016)” (Cass. n. 6947 del 2017).

[18] Requisiti che possono essere tradotti in un adeguato grado di inferenza presuntiva che conduce il giudice ad un dato sufficientemente probabile e, di conseguenza, plausibile (Cass. n. 3646 del 2004, Cass. n. 7931 del 1996).

[19] Tale orientamento, che si spingeva fino a valutare la congruità dei costi e dei ricavi con negazione della deducibilità di una componente negativa se non proporzionata ai ricavi (Cass. 9036 del 2013, Cass. n. 8072 del 2010), è stato superato sul presupposto che siffatto sindacato “non sembra potersi spingere, come postulato dall’amministrazione ricorrente, sino alla verifica oggettiva circa la necessità, o quantomeno circa l’opportunità, di tali costi rispetto all’oggetto dell’attività” (Cass. n. 21405 del 2017). Oltre, infatti, si entrerebbe nelle valutazioni di strategia commerciale dell’imprenditore (Cass. n. 10319 del 2015).

[20] “L’inerenza deve essere apprezzata attraverso un giudizio qualitativo, scevro dai riferimenti ai concetti di utilità o vantaggio, afferenti a un giudizio qualitativo, e deve essere distinta anche dalla nozione di congruità del costo” (Cass. n. 450 del 2018). In questo senso, l’inerenza non può essere negata dalla sproporzione o incongruità dei costi, ma deve risolversi in un giudizio qualitativo, non quantitativo, strettamente correlato alla nozione stessa di reddito d’impresa. La correlazione immediata fra costi e ricavi passa, di conseguenza, in secondo piano (Cass. 13882 del 2018).

[21] “Nel giudizio tributario, una volta contestata dall’Erario l’antieconomicità di una operazione posta in essere dal contribuente che sia imprenditore commerciale, perché basata su contabilità complessivamente inattendibile in quanto contrastante, con i criteri di ragionevolezza, diviene onere del contribuente stesso dimostrare la liceità fiscale della suddetta operazione ed il giudice tributario non può, al riguardo, limitarsi a constatare la regolarità della documentazione cartacea” (Cass. n. 22920 del 2018. Si veda, inoltre, Cass. n. 25257 del 2017, Cass. n. 14941 del 2013,  Cass. n. 11599 del 2007).

[22] Cass. n. 8845 del 2019, Cass. n. 27804 del 2018.

[23] Cass. n. 1282 del 2021.

[24] Cass. n. 16913 del 2020, Cass. n. 1947 del 2019, Cass. n. 32959 del 2018.

[25] Il fondamento logico della costruzione giurisprudenziale si rinviene nella “complicità” che normalmente avvince un gruppo societario composto da poche persone, in genere da due fino ad un massimo di sei (ma non v’e’ alcun dato numerico preciso, trattandosi di una presunzione semplice), sicché vi e’ la presunzione che gli utili extracontabili siano stati distribuiti ai soci, nel corso dello stesso esercizio annuale, salva la prova contraria a carico del contribuente.

[26] “La nuova formulazione legislativa, nel prevedere che […] non stabilisce un onere probatorio diverso o più gravoso rispetto ai principi già vigenti in materia, ma è coerente con le ulteriori modifiche legislative in tema di prova, che assegnano allistruttoria dibattimentale un ruolo centrale”.

Hai bisogno di una consulenza?

Compila la form sottostante e contatta direttamente il professionista

Hai bisogno di una consulenza?

Compila la form sottostante e contatta direttamente il professionista